Russia e Stati Uniti: dialogo con tante incognite



Aldo Novellini    1 Aprile 2025       0

Come sovente accade, abbiamo una buona e una cattiva notizia. Quella buona è che Russia e Stati Uniti hanno ripreso a parlarsi. Quella cattiva è che questo rinnovato dialogo, avviato da Washington, favorisce smaccatamente Mosca rispetto a Kiev, scordando che ad iniziare la guerra è stata la Russia e non l'Ucraina.

Cominciamo dal dato positivo. Di Trump tutto si può dire, ma va riconosciuto che sta finalmente uscendo dallo schema “tutto bellicista” di Joe Biden. A quest'ultimo va certamente il merito di aver sostenuto la resistenza ucraina, ma il suo spartito conteneva una sola nota: il conflitto ad oltranza in un'escalation senza alternative. Impensabile continuare così senza porsi una diversa prospettiva, quella che invece offre Trump. Nulla di sorprendente questo cambio di passo tra una leadership democratica ed una repubblicana. Tutt'altro.

Da sempre sono i repubblicani a chiudere i conflitti aperti dai democratici. Dwight Eisenhower riportò a casa, come si disse allora, “i ragazzi dalla Corea”. Richard Nixon pose fine al ginepraio vietnamita in cui si era cacciato Lyndon Johnson, dopo il primo invio di istruttori da parte di John Kennedy, poche settimane prima di Dallas. E come dimenticare che Ronald Reagan trattò con l'impero del male, come egli stesso aveva definito l'Urss? Poi, certo, Bush figlio, repubblicano atipico, con la sua guerra preventiva all'Iraq ha non solo scombinato, e sarebbe il meno, la tradizione del proprio partito ma soprattutto creato un pericoloso precedente. L'attacco contro Saddam Hussein, con la rottura dell'ordine mondiale da parte di una superpotenza, senza l'avallo dell'Onu, è - a livello di principio e al netto di tutte le differenze - l'antesignano dell'attacco russo contro l'Ucraina.

Trump nel cercando di uscire dall'impasse ucraino, merita il nostro plauso perché trattare con Putin è inevitabile. Si tratta con i nemici, mica con gli amici. Ce l'ha insegnato il premier israeliano Yitzhak Rabin, eroe della guerra dei Sei giorni, capace di stringere la mano a Yasser Arafat, che detestava in modo assoluto, pur di offrire una speranza di pace al proprio Paese. Bene quindi aprire alla Russia. Sennonché con le autocrazie il dialogo deve avvenire da posizioni di forza. Questo fece, con successo, Reagan, mentre - e qui si innesta la cattiva notizia - Trump si è mosso cedendo terreno prima ancora di sedersi al tavolo.

I territori occupati dai russi non torneranno in mano ucraina, a meno di una Terza guerra mondiale, ma per il resto dell'Ucraina bisognerà pure disporre di concrete e credibili garanzie contro nuovi possibili attacchi moscoviti. E sotto questo punto di vista, l'ingresso nella Nato di Kiev resta la miglior protezione. Si poteva anche concedere a Mosca di non installare alcun armamento nell'intero territorio ucraino ma sull'ombrello atlantico non si doveva mollare. In particolare prima di avviare le reali trattative.

Tutto da vedere quindi come proseguirà questo dialogo appena abbozzato e già condito di parecchi equivoci. Putin ha accettato una tregua limitata alle infrastrutture energetiche, mentre Trump pensava che la cessazione del fuoco comprendesse anche nodi ferroviari ed impianti industriali. Frattanto, come se niente fosse, proseguono i bombardamenti russi con i droni. Più che rispettare la tregua Putin cerca di guadagnar tempo con proposte irricevibili come un'amministrazione Onu in Ucraina e la convocazione di nuove elezioni presidenziali. Mosca sogna un cambio di leadership: fuori Zelensky e dentro qualcuno più malleabile ai suoi voleri. Ipotesi respinta da Washington che per la prima volta mette un freno alle velleità putiniane.

L'Europa si sta intanto riarmando. La necessità di un'autonoma difesa europea è nell'ordine delle cose se l'Unione intende veramente contare sullo scacchiere mondiale. Sulle modalità con cui verrà realizzata c'è molto da dire, per ora merita interrogarsi sulla tempistica. Nella fase attuale più che avere tanta fretta di armarsi, sarebbe meglio assecondare il confronto russo-americano. In questo senso va appoggiata la scelta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di non avallare completamente improvvide fughe in avanti in ambito militare. La futura struttura difensiva europea non va concepita in funzione antirussa, come se Mosca fosse inesorabilmente pronta ad invadere questo o quel Paese. La difesa comune è certamente un nodo ineludibile ma va collocata nel medio-lungo periodo, mentre nel breve termine non deve risultare di ostacolo al dialogo, già complicato di suo, per far cessare il conflitto russo-ucraino.


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