
Più volte abbiamo previsto su queste pagine che potrebbe determinarsi l’occasione per un “referendum” sull’idea che abbiamo dell’Europa. E questo alla luce dell’ondivaga Giorgia Meloni che, con grande disinvoltura, è rimasta alla corte della Casa Bianca nonostante sia evidente il mutato atteggiamento di Donald Trump su vitali questioni che riguardano il mondo e i suoi equilibri. E, dunque, anche l’Europa.
Noi europei siamo chiamati ad una scelta di natura strategica, tanto la linea di Trump mette a rischio le nostre economie e la nostra difesa. Persino l’identità di un consesso di popoli e di nazioni sufficientemente adeguato e organizzato per affrontare le trasformazioni in atto in campo tecnologico, geopolitico, militare ed economico-commerciale.
Tutti apprezziamo il “pacifismo” di Donald Trump senza sottovalutarne, però, le incoerenza e le finalità. Per i due pesi e le due misure adottate nei confronti del conflitto ucraino e di quello israeliano palestinese. E senza dimenticare le volontà “belliciste” nei confronti di Cina ed Iran.
L’America Great Again significa soprattutto l’impegno affinché le condizioni di vita già privilegiate degli americani non siano minimamente intaccate. Molte delle dichiarazioni di Trump, infatti, cosa rappresentano se non l’idea di far pagare agli altri del mondo un nuovo Ordine destinato, però, a continuare a ruotare esclusivamente attorno al ruolo degli USA, al peso del suo Dollaro e alla propria preminenza finanziaria e tecnologica?
La doccia fredda, il brusco risveglio provocato dal secondo ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, così, spiega le ragioni più profonde della organizzazione spontanea delle manifestazioni del prossimo 15 marzo a difesa dell’Europa.
La catalizzazione attorno alle drammatiche vicende ucraine richiedono una necessaria spiegazione delle attese riposte nell’iniziativa che vanno oltre la sola questione della difesa comune europea.
Siamo oggi, infatti, nel vivo del dibattito provocato dall’annuncio da parte di Ursula von der Leyen del piano da 800 miliardi che l’Unione europea sarebbe decisa ad investire in armamenti. Una risposta a caldo alle posizioni americane che puntano con decisione ad un accordo bilaterale con la Russia. Anche se non sono chiare le articolazioni e le giustificazioni di una tale spese se non quelle di una immediata reazione al chiaro intento di lasciare al proprio destino l’Ucraina di Zelensky e, per di più, senza precisare gli assetti di sicurezza che pure interessano tutti gli europei.
Il piano di difesa europeo, così come appena abbozzato, risolve tutti i problemi o potrebbe essere destinato ad aprirne di nuovi se non accompagnato da una vera ed efficace strategia diplomatica? Basta gridare “alle armi, alle armi” perdendo di vista il famoso detto che la guerra è la politica condotta con altri strumenti?
In poche parole, l’obiettivo dev’essere quello del tavolo delle trattative. Se, come sembra, la nuova Amministrazione americana non ha, in realtà, ancora definito alcun effettivo accordo con Putin – anche due giorni fa il Segretario di Stato Rubio ha parlato di un generico tentativo di portare a quel tavolo la Russia – quanto navighiamo ancora a vista? E vale la stessa domanda anche per la proposta di riarmo di Ursula von der Leyen?
È certo che la questione difesa europea dev’essere comunque affrontata. Con la prospettiva che essa diventi parte di un più ampio rilancio per il progetto europeo, da rafforzare con ulteriori condivisioni sul piano fiscale, della ricerca e lo sviluppo di nuove e innovative politiche di coesione socio-economica interne come sollecitano i divari tutt’ora presenti all’interno di vari Paesi. Ed è cosa questa su cui siamo stati ammoniti del successo elettorale dei neonazisti in Germania, e non solo.
La difesa comune deve costituire un elemento di continuità, e non di rottura, di quell’idea di pace che sta alla base della nascita dell’Europa. La quale, e non a caso, ha vissuto il periodo più lungo di assenza di conflitti militari al proprio interno della sua bimillenaria storia.
È questo il significato dell’adesione che INSIEME ha espresso per le manifestazioni del 15 marzo sulla base della convinzione che l’aiuto all’Ucraina debba avere “l’obiettivo di giungere ad una pace equa, duratura e rispettosa dell’autonomia dei popoli, oltre che degli Stati… Tutto ciò richiederà costi e sacrifici, ma si tratta di una buona causa per cui spendersi e per contribuire alla ridefinizione di un nuovo Ordine mondiale tornando a scegliere la via del dialogo e della cooperazione, piuttosto che quello dello scontro e dell’uso della forza” (CLICCA QUI).
Bisogna dunque evitare un errore compiuto nei tre anni scorsi quando qualcuno ha trasformato la giusta difesa dall’aggressore in una illusoria idea di giungere alla “vittoria finale” e, così facendo, ridotto i già stretti margini in cui era necessario insinuarsi per risolvere il conflitto ai confini orientali dell’Europa e giungere al ristabilimento del Diritto internazionale.
Stefano Zamagni mette in guardia sul modo in cui si sta procedendo al finanziamento degli 800 miliardi di spese militari perché potrebbe rivelarsi un ulteriore “errore di prospettiva” contestando il piano von der Leyen perché senza alcun valore scientifico sotto il profilo economico e militare. E giustamente rilancia l’idea di una strategia diplomatica di ampio raggio per giungere a una pace equa e, comunque, senza abbandonarsi ad un pacifismo né “di resa” e neppure di “mera testimonianza” (CLICCA QUI).
Due considerazioni finali: le manifestazioni del prossimo 15 marzo non debbono riproporre l’antiamericanismo dei decenni scorsi. Noi sappiamo benissimo che l’America non è tutta quella di Trump e siamo certi che la forte società democratica statunitense si renderà conto che i primi a rischiare le peggiori conseguenze delle fratture cui assistiamo sono gli americani. Colpiti nei consumi, ma non solo. Anche nell’immagine e nella qualità delle relazioni che in un mondo qual è quello attuale non possono più essere gestite con un qualcosa paragonabile alla vecchia Guerra fredda. Mancherebbero, infatti, le giustificazioni ideologiche, culturali e antropologiche di allora.
Il rafforzamento della democrazia europea, delle sue istituzioni e, soprattutto, della partecipazione ampia e condivisa a un modello di società aperta e disponibile al dialogo, invece che allo scontro portato alle sue estreme conseguenze, non potrà che spingere, dunque, molta parte della società americana a respingere quella semplicistica visione “trumpiana” che pensa davvero di poter risolvere tutto con una politica muscolare.
Infine. La forza dell’Unione europea non sta solamente nella sua capacità militare di difesa, che pure è assolutamente necessaria, bensì nella coesione dei suoi cittadini i quali, assieme alla sicurezza, chiedono una risposta ai problemi sociali, del lavoro, del sistema sanitario per i quali non vengono trovate le risorse necessarie per assicurare e garantire a tutti pari dignità e le stesse opportunità.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
Noi europei siamo chiamati ad una scelta di natura strategica, tanto la linea di Trump mette a rischio le nostre economie e la nostra difesa. Persino l’identità di un consesso di popoli e di nazioni sufficientemente adeguato e organizzato per affrontare le trasformazioni in atto in campo tecnologico, geopolitico, militare ed economico-commerciale.
Tutti apprezziamo il “pacifismo” di Donald Trump senza sottovalutarne, però, le incoerenza e le finalità. Per i due pesi e le due misure adottate nei confronti del conflitto ucraino e di quello israeliano palestinese. E senza dimenticare le volontà “belliciste” nei confronti di Cina ed Iran.
L’America Great Again significa soprattutto l’impegno affinché le condizioni di vita già privilegiate degli americani non siano minimamente intaccate. Molte delle dichiarazioni di Trump, infatti, cosa rappresentano se non l’idea di far pagare agli altri del mondo un nuovo Ordine destinato, però, a continuare a ruotare esclusivamente attorno al ruolo degli USA, al peso del suo Dollaro e alla propria preminenza finanziaria e tecnologica?
La doccia fredda, il brusco risveglio provocato dal secondo ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, così, spiega le ragioni più profonde della organizzazione spontanea delle manifestazioni del prossimo 15 marzo a difesa dell’Europa.
La catalizzazione attorno alle drammatiche vicende ucraine richiedono una necessaria spiegazione delle attese riposte nell’iniziativa che vanno oltre la sola questione della difesa comune europea.
Siamo oggi, infatti, nel vivo del dibattito provocato dall’annuncio da parte di Ursula von der Leyen del piano da 800 miliardi che l’Unione europea sarebbe decisa ad investire in armamenti. Una risposta a caldo alle posizioni americane che puntano con decisione ad un accordo bilaterale con la Russia. Anche se non sono chiare le articolazioni e le giustificazioni di una tale spese se non quelle di una immediata reazione al chiaro intento di lasciare al proprio destino l’Ucraina di Zelensky e, per di più, senza precisare gli assetti di sicurezza che pure interessano tutti gli europei.
Il piano di difesa europeo, così come appena abbozzato, risolve tutti i problemi o potrebbe essere destinato ad aprirne di nuovi se non accompagnato da una vera ed efficace strategia diplomatica? Basta gridare “alle armi, alle armi” perdendo di vista il famoso detto che la guerra è la politica condotta con altri strumenti?
In poche parole, l’obiettivo dev’essere quello del tavolo delle trattative. Se, come sembra, la nuova Amministrazione americana non ha, in realtà, ancora definito alcun effettivo accordo con Putin – anche due giorni fa il Segretario di Stato Rubio ha parlato di un generico tentativo di portare a quel tavolo la Russia – quanto navighiamo ancora a vista? E vale la stessa domanda anche per la proposta di riarmo di Ursula von der Leyen?
È certo che la questione difesa europea dev’essere comunque affrontata. Con la prospettiva che essa diventi parte di un più ampio rilancio per il progetto europeo, da rafforzare con ulteriori condivisioni sul piano fiscale, della ricerca e lo sviluppo di nuove e innovative politiche di coesione socio-economica interne come sollecitano i divari tutt’ora presenti all’interno di vari Paesi. Ed è cosa questa su cui siamo stati ammoniti del successo elettorale dei neonazisti in Germania, e non solo.
La difesa comune deve costituire un elemento di continuità, e non di rottura, di quell’idea di pace che sta alla base della nascita dell’Europa. La quale, e non a caso, ha vissuto il periodo più lungo di assenza di conflitti militari al proprio interno della sua bimillenaria storia.
È questo il significato dell’adesione che INSIEME ha espresso per le manifestazioni del 15 marzo sulla base della convinzione che l’aiuto all’Ucraina debba avere “l’obiettivo di giungere ad una pace equa, duratura e rispettosa dell’autonomia dei popoli, oltre che degli Stati… Tutto ciò richiederà costi e sacrifici, ma si tratta di una buona causa per cui spendersi e per contribuire alla ridefinizione di un nuovo Ordine mondiale tornando a scegliere la via del dialogo e della cooperazione, piuttosto che quello dello scontro e dell’uso della forza” (CLICCA QUI).
Bisogna dunque evitare un errore compiuto nei tre anni scorsi quando qualcuno ha trasformato la giusta difesa dall’aggressore in una illusoria idea di giungere alla “vittoria finale” e, così facendo, ridotto i già stretti margini in cui era necessario insinuarsi per risolvere il conflitto ai confini orientali dell’Europa e giungere al ristabilimento del Diritto internazionale.
Stefano Zamagni mette in guardia sul modo in cui si sta procedendo al finanziamento degli 800 miliardi di spese militari perché potrebbe rivelarsi un ulteriore “errore di prospettiva” contestando il piano von der Leyen perché senza alcun valore scientifico sotto il profilo economico e militare. E giustamente rilancia l’idea di una strategia diplomatica di ampio raggio per giungere a una pace equa e, comunque, senza abbandonarsi ad un pacifismo né “di resa” e neppure di “mera testimonianza” (CLICCA QUI).
Due considerazioni finali: le manifestazioni del prossimo 15 marzo non debbono riproporre l’antiamericanismo dei decenni scorsi. Noi sappiamo benissimo che l’America non è tutta quella di Trump e siamo certi che la forte società democratica statunitense si renderà conto che i primi a rischiare le peggiori conseguenze delle fratture cui assistiamo sono gli americani. Colpiti nei consumi, ma non solo. Anche nell’immagine e nella qualità delle relazioni che in un mondo qual è quello attuale non possono più essere gestite con un qualcosa paragonabile alla vecchia Guerra fredda. Mancherebbero, infatti, le giustificazioni ideologiche, culturali e antropologiche di allora.
Il rafforzamento della democrazia europea, delle sue istituzioni e, soprattutto, della partecipazione ampia e condivisa a un modello di società aperta e disponibile al dialogo, invece che allo scontro portato alle sue estreme conseguenze, non potrà che spingere, dunque, molta parte della società americana a respingere quella semplicistica visione “trumpiana” che pensa davvero di poter risolvere tutto con una politica muscolare.
Infine. La forza dell’Unione europea non sta solamente nella sua capacità militare di difesa, che pure è assolutamente necessaria, bensì nella coesione dei suoi cittadini i quali, assieme alla sicurezza, chiedono una risposta ai problemi sociali, del lavoro, del sistema sanitario per i quali non vengono trovate le risorse necessarie per assicurare e garantire a tutti pari dignità e le stesse opportunità.
(Tratto da www.politicainsieme.com)
Penso che il 15 marzo sfilerà una marcia “babilonica”; nel senso della torre di Babele e della confusione dei linguaggi. Ognuno avrà un suo carico emotivo, una sua , per quanto schematica, visione dell’Europa: vi saranno gli apocalittici che scorgono i segni di uno scontro manicheo fra forze del bene (ovviamente noi occidentali, a prescindere) e forze del male ( genericamente definite autarchie e di cui fanno parte certamente anche i Brics e forse tutti quelli che non vogliono più usare il dollaro come valuta di riferimento). Vi saranno i pacifisti duri e puri convinti di marciare per l’Europa ideale prefigurata dai grandi Padri fondatori. Vi saranno i cerchiobottisti che va bene aiutare Kiev sino al conseguimento di una pace giusta ( definizione quanto mai generica, che cosa si intende per pace giusta? Certi misteri teologici sono molto più chiari e trasparenti) ma no alle armi e sì alla sanità anzi si all’esercito ma senza armi che bastano quelle che ci sono e no alle basi militari Nato ma difendiamo da Musk i lavoratori di Aviano….i cerchiobottisti sono affini, anzi idealmente ne fanno parte, al più ampio gruppo “ho le idee molto confuse e pure poche” che sarà rappresentato dalla delegazione più numerosa. I pacifisti meno duri e un poco più morbidi si asterranno o organizzeranno qualche marcetta aventiniana di qua o di là, anche la CGIL sarà ubiqua un po’ dietro le tracce di Serra un po’ su qualche Aventino fuori mano dove si mangia bene e a manifestazione terminata ci scappa pure una pizza con gli amici. Squilleranno le fanfare dei giornali, Repubblica venderà qualche decina di copie in più e se le nuvole assumeranno forme bizzarre nel cielo qualcuno giurerà di aver visto i padri fondatori affacciarsi dall’alto con gesto benedicente: tutti grideranno estasiati miracolo, miracolo e la notizia sarà diffusa dai telegiornali a reti unificate….