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Cattolicesimo democratico, altro che favola

 
di Carlo Baviera
 

Si parla in più occasioni, recentemente, di cattolicesimo democratico. Cose, in genere, rinchiuse in convegni o ricordi lontani. Ormai sembra, il cattolicesimo democratico, un'anticaglia da riporre nelle cassepanche della storia. O al più una bella avventura esaurita per sempre e da raccontare, come le favole, prima di addormentarsi.
Questa sensazione, come del resto avviene in non poche parti d'Italia grazie a riunioni per approfondimenti e proposte o per rilanciare la presenza di personalità ancora attuali, è stata smentita anche sabato scorso a Casale Monferrato; e lo è stata in modo convincente ed efficace.
L'occasione era data dalla presentazione di un libro sul sindaco Riccardo Coppo; non una biografia, ma soprattutto un pezzo di storia cittadina attraverso l'intuizione e l'opera di un amministratore formato alla scuola della cultura politica cattolico democratica.
Il libro, Coraggio e passione - Riccardo Coppo - il Sindaco, le sfide, è stato presentato attraverso le parole di tre personalità che con Riccardo Coppo hanno avuto intensi rapporti politici: Gianfranco Astori, Guido Bodrato e Renato Balduzzi. Lo stile e l’impronta cattolico democratica di Coppo, e del gruppo di amici che con lui hanno più intensamente collaborato, è stato ben illustrato dai relatori.
 
Bodrato, dopo aver ricordato che la battaglia intrapresa contro l’utilizzo dell’eternit (più volte è stata citata nella giornata la famosa ordinanza che è stata assunta proprio 30 anni fa – il 2 dicembre 1987) ha saputo imporla anche contro le perplessità e indicarla come inizio di un riscatto collettivo (quante volte gli amici gli hanno sentito ripetere che, anche se le morti di Casale Monferrato si verificavano una alla volta anziché a centinaia come avviene in altre tragedie, anche questa doveva essere affrontata e risolta con le stesse modalità, decisione, consapevolezza), l’ex ministro ha sottolineato il ruolo che il sistema di amicizia creatosi attorno a Riccardo ha permesso di arrivare a risultati concreti in tanti settori. Una generazione, un gruppo di giovani che attraverso il Concilio – mi permetto di sottolineare come questa caratteristica (una visione e uno stile basato sul Concilio) sia un tratto fondamentale  del cattolicesimo democratico – sono approdati all’impegno pubblico e hanno realizzato una serie di strutture e realtà che restano, non effimere.
Ha  poi sottolineato l’azione del sindaco Coppo a far crescere il senso di comunità, anche nel Monferrato, legando gli amministratori a un disegno unitario. E ha concluso ricordando che Coppo è stato un vero leader, ma non un capo. Che ha rispettato la politica “delle regole” senza avvalersi dell’uso del potere; si suole dire che se non abusi del potere, il potere non serve: nel Monferrato, a Casale, non è stato così. Che ha svolto i lunghi anni di impegno politico come vero servizio, anche nel coraggio per contrastare il malaffare che usava discariche in modo scorretto: non a caso una delle emergenze che si dovettero affrontare fu l’inquinamento delle falde da cui attingeva l’acquedotto cittadino.
 
Da parte sua Astori ha indicato Casale Monferrato, grazie anche e soprattutto a Coppo, come un laboratorio in due direzioni: la riconquista di identità di un territorio, e la capacità di esprimere una classe dirigente che si è fatta stimare e rispettare anche a livelli superiori. Infatti Triglia ha rappresentato il Monferrato come senatore della Repubblica e con l’incarico di presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni. E Paolo Ferraris ha ricoperto la carica di consigliere e assessore regionale.
La conclusione di Astori ha evidenziato come tratti del cattolicesimo democratico di Riccardo Coppo, insieme alla pacatezza, alla tenacia monferrina, alla concretezza – ad esempio l’immediata risposta con misure di accoglienza di fronte a 900 albanesi catapultati in città dopo l’ondata di sbarchi in Italia –, anche il suo richiamare tutti alla coerenza e il non abdicare alle responsabilità, che ne hanno segnato la buona amministrazione.
 
Ciò che, però, vorrei sottolineare riguardo alla messa in pratica dei tratti cattolico democratici, lo traggo dall’incrocio di quanto ha tratteggiato il professor Balduzzi riguardo alla figura di Coppo con le qualità che caratterizzano questa componente cultural-politica sul piano nazionale, così come l’onorevole Franco Monaco in un recente convegno all’Istituto Sturzo ha sintetizzato le indicazioni fornite dal professor Guido Formigoni.
I peculiari tratti identitari, anche per differenza rispetto ad altre varianti del cattolicesimo politico, del cattolicesimo democratico fissati da Formigoni e riassunti da Monaco sono:
a) una coscienza politica compiuta: dopo il tempo del movimento sociale cattolico, contrassegnato dalle opere sociali cattoliche (assistenza, sanità, istruzione, credito…), con Sturzo matura un protagonismo in senso politico che porterà alla nascita di un partito cristianamente ispirato, ma non confessionale, e autonomo dalla gerarchia;
b) il senso dello Stato e l’accettazione della democrazia: lo Stato unitario nacque contro i cattolici e il papato, e questi erano portati a diffidare del principio della maggioranza nelle decisioni su questioni che toccavano i propri princìpi;
c) l’autonomia e laicità della politica e delle istituzioni: non si è rappresentanti della Chiesa e si è responsabili in proprio delle decisioni che si assumono;
d) cultura della mediazione: “tra principi etici e prassi politica; tra potere politico e formazioni sociali; tra cittadini e organi elettivo–rappresentativi, ovvero una concezione partecipativa della democrazia mediata da partiti e parlamento. L’opposto della “disintermediazione” oggi in auge, della deriva verso un mera democrazia di investitura del leader”;
e) l’indole riformatrice, nel centrosinistra: un riformismo forte, che non può e non deve coincidere con il moderatismo o con la subalternità al paradigma neoliberale. Una politica che non si contenta della uguaglianza dei punti di partenza, ma che si pone anche il problema della uguaglianza delle condizioni e dei punti di arrivo;
f) l’universalismo/internazionalismo/europeismo: non solo il ripudio della guerra, ma anche l’investire e il puntare sulle organizzazioni internazionali che mirano alla sicurezza, alla giustizia e alla pace. Un europeismo disposto a cedere sovranità per formare una Patria più grande.
 
Fin qui i punti di Formigoni/Monaco. Nel tratteggiare la figura e le caratteristiche principali del sindaco Coppo, Balduzzi ha indicato fra i tratti della sua figura politico-amministrativa i seguenti (ovviamente i commenti sono una mia libera interpretazione, che spero coerente):
1 – una coscienza politica che superava la sola visione sociale e portava all’impegno di partito;
2 – il senso delle istituzioni dello Stato: senza usare le istituzioni a scopi secondari, anzi usando questo riconoscimento delle istituzioni per farne un supporto del senso della “comunità”;
3 – la laicità e l’autonomia, non in opposizione alla propria fede (che anzi è stata forte anche nel rapporto “filiale” con i suoi Vescovi), ma come capacità di distinguere i piani del proprio impegno;
4 – la mediazione: non come semplice compromesso al ribasso (o inciucio consociativistico), ma mediazione tra principi e concretezza, tra le proprie convinzioni e le possibili soluzioni;
5 – riformismo: che ha significato mettere in discussione realtà che parevano intoccabili, e fare i passi al momento giusto e con gli strumenti giusti (l’ordinanza contro l’eternit è stato un capolavoro anche dal punto di vista tecnico per non essere attaccabile);
6 – l’apertura internazionale ed europea: in particolare il rapporto con alcuni Comuni della ex Jugoslavia e soprattutto con la città gemella slovacca di Trnava e con Anton Kost’àl intellettuale slovacco (di cui il libro riporta una parte di carteggio intercorso fra loro), e l’adesione alla costruzione dell’Unione europea pensando anche di fare di Casale una città che respirasse il clima europeo.
Come è evidentissimo i due elenchi si possono sovrapporre. E il fatto che Coppo, insieme agli amici, le sue scelte, il suo metodo, li abbia sempre realizzati tenendo la barra indirizzata a quei punti fermi, dimostra come l’esperienza di Casale Monferrato rientri anche (e non solo, perché il contributo degli alleati è stato importante e a volte decisivo) all’interno del cattolicesimo democratico.
 
Questo dice che il cattolicesimo democratico non è semplicemente una cultura politica di scuola, un’ideologia da utilizzare per qualche esperimento estemporaneo o per discussioni teoriche, un qualcosa da archiviare nei libri di teoria e dottrina politica.
È invece, e in modo molto concreto, una realtà che anche a Casale Monferrato si è realizzata e ha dato frutti. È qualcosa che esiste in natura e non solo nei desideri degli idealisti.

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Carlo Baviera - 2017-12-15
Non mi addentro più di tanto nelle considerazioni importanti di Ladetto, non avendone la necessaria competenza. Credo che la questione da lui posta sia fondamentale. Personalmente do una mia risposta. Il cattolicesimo democratico è una corrente di pensiero politico culturale, definito da alcuni tratti (così come indicati da Guido Formigoni), e che contribuisce alla progettualità anche (ma non solo) del "popolarismo". Mentre i "popolari" sono una componente più politica, in cui possono esserci non solo i cattolici democratici. Ladetto perciò pone una questione corretta e io personalmente la condivido: promettendo di fare attenzione in futuro anche all'uso dei termini, per evitare confusioni. Aggiungo inoltre che, però, oggi risulta equivoco anche il termine "popolare" come sostantivo e come aggettivo: perché troppo abusato, a sinistra, al centro, a destra. Parlando di popolarismo dovremmo far riferimento soprattutto a Sturzo, ma anche questo rischia di essere equivoco, perché si usa Sturzo solo come favorevole all'economia di mercato, contro lo statalismo e la partitocrazia. Per me Sturzo è molto di più: significa autonomie locali e sociali; regionalismo; impegno per l'estensione del voto e per il proporzionalismo; visione europea e internazionale di pace; riforme sociali, cooperazione, sindacalismo. E, per altro, ritengo che il pensiero di Sturzo vada portato più avanti, debba evolvere (tenendo conto anche delle polemiche con La Pira) verso una solidarietà e un corretto intervento degli Enti Pubblici per non lasciare libero campo alle semplici libere regole dell'impresa e del mercato. Perciò il popolarismo oggi non può che essere riformista, di cambiamento, di allineamento con la più avanzata Dottrina Sociale. Mentre vediamo, anche in Europa, che i popolari si sono sostanzialmente accomodati in posizioni di moderatismo, assuefatti al pensiero prevalente della società del benessere. Il popolarismo deve tornare ad essere (non mi si fraintenda) "rivoluzionario", a fianco di chi lotta per cambiare la storia, per mettere al centro la persona, la comunità, i valori di socialità, la difesa del creato contro ogni interesse economico e contro ogni profitto. E da questo punto di vista quando parlo o scrivo sono in difficoltà; perchè non sentendomi socialista (parte di una storia della sinistra che è datata, con slogan, simboli, esperienze, ecc.) l'usare il termine "popolare" temo si possa confondere con il Partito Popolare Europeo, o con Casini o Alfano.
Giuseppe Ladetto - 2017-12-11
Voglio approfittare dell'importante articolo di Carlo Baviera sul Cattolicesimo democratico per porre una questione che non è di semplice natura nominalistica, nella speranza di non essere frainteso. Per chiarezza, cercherò di affrontare la questione partendo da una situazione personale. Non sono credente e tuttavia, nel quadro desolante delle offerte politiche attuali, trovo delle affinità con chi propone una visione del mondo ispirata a quei valori cristiani che hanno contrassegnato l'umanesimo e la nostra cultura di europei. Aggiungo che, in questi ultimi decenni, la voce della Chiesa è stata l'unica (capace di farsi ascoltare) a distinguersi dal coro generale ispirato a quel politicamente corretto la cui funzione è orientare l'opinione pubblica ad un mondialismo dettato dagli interessi dell'imperante capitalismo finanziario. Ora, mentre il richiamo ai “popolari” mi pare idoneo a contrassegnare ogni tipo di associazione (partito, movimento, circolo, ecc.) in grado di accogliere credenti e non credenti che condividono importanti obiettivi politici e culturali, il riferimento ai “cattolici democratici” esclude tale possibilità. Non basta sottolineare la laicità, il carattere non confessionale, l'autonomia rispetto alla Chiesa e l'apertura che ha contrassegnato la storia della formazione: il termine “cattolico” è centrale, essendo il sostantivo, mentre “democratico” è solo un aggettivo che qualifica dei cattolici, e solo dei cattolici. Come ho detto, non ritengo si tratti di una questione nominalistica, ed in ogni caso le parole sempre contano molto. Non è un caso che don Sturzo abbia rifiutato, a suo tempo, il ricorso ad ogni vocabolo che potesse richiamare la religione (e ancor più la Chiesa) per denominare il partito da lui fondato. Io posso sentirmi a casa nell'Associazione Popolari, mai invece potrei esserlo in seno ai “Cattolici democratici”, eppure vedo utilizzare le due denominazioni come fossero interscambiabili. Ovviamente io non conto niente, ma ciò che ho detto vale per molte persone (non credenti o di altra fede) che potrebbero guardare con interesse ad una formazione popolare. Certamente comprendo quanto significhi, sul piano emotivo ed affettivo, l'appellativo “Cattolici democratici” per chi ha vissuto sotto questa insegna un tratto importante della propria vita. Tuttavia, se guardiamo all'oggi e soprattutto ad un impegno futuro che vada oltre la presenza dei soli cattolici, credo che definirsi “Popolari” sia il solo modo per contrassegnare un tale impegno, e ciò in particolare in Italia dove alle spalle di tale definizione c'è una storia ben identificabile.
francesco cecco sobrero - 2017-12-10
Sarò pessimista, ma, dato una sguardo alla politica nazionale, alle continue ed inutili beghe, alla completa dimenticanza che esiste un bene comune, ad una continua semina di odio, camuffata dalla frase ad effetto “prima gli italiani”, ai vari populismi, al rigurgito fascista, mi viene da credere che il pensiero e l’azione politica dell’ amico Riccardo Coppo, nonché degli amici Riccardo Triglia e di Paolo Ferraris siano cose, belle sì, importanti sì, ma facciano ormai parte della storia “antica”