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Salvare l'Italia salvando le famiglie

 
intervista a Riccardo Prandini
 

Dei tanti articoli originati dalla Conferenza nazionale della famiglia, rilanciamo l'intervista di Sara De Carli (pubblicata su www.vita.it) al professor Riccardo Prandini, docente di Sociologia all'Università di Bologna, membro dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia e referente scientifico del gruppo di lavoro che ha analizzato il rapporto tra famiglia e welfare producendo interessanti proposte, contenute nel documento di sintesi (allegato in calce).
Ci sembrano però da meditare le sue parole sul conflitto generazionale in atto, nascosto dall'aiuto privato che le famiglie danno ai figli e nipoti per aiutarli a tirare avanti. Con un paradossale effetto perverso: il sistema pubblico non interviene proprio perché esiste questo aiuto informale. "Potremmo già aver perso una generazione", denuncia Prandini.
 

Professore, partiamo dall’analisi: in sintesi, qual è la situazione della famiglia che andate a presentare alla Conferenza Nazionale?

Le analisi sulle problematiche delle famiglie le abbiamo da 15/20 anni: ci sono state novità in questo arco di tempo, ad esempio le nuove povertà, ma fondamentalmente non c’è tanto da fare analisi quanto cominciare a dare risposte. Direi - parlo io ma mi sembra che questo sia il sentire condiviso di tutti i gruppi di lavoro - che ci sono tre problemi giganteschi in campo e nessuno è nuovo. Il primo è demografico: sappiamo che con la tendenza attuale, le famiglie sono destinate ad accumulare deficit e problemi che diventeranno sempre più forti. I problemi in questo quadro accelereranno la loro comparsa, penso ad esempio alla questione delle pensioni o alla necessità di sviluppare lavori nuovi: la configurazione demografica peggiorerà la situazione. Il punto è capire se siamo ancora in tempo a dare una torsione positiva al quadro demografico o no. Per riuscirci di certo non c’è una politica da mettere in campo, serve un sistema di politiche che devono avere la caratteristica di essere certe e durature per almeno un quinquennio, dobbiamo entrare nella cultura della programmazione per dare aspettative certe alle famiglie giovani che devono poter costruire i loro percorsi di vita.

Dopo la denatalità, quali sono le altre due emergenze?

Il secondo punto il fatto che il mondo giovanile - intendiamo gli under30 - ha un problema molto grave di blocco dell’entrata alla piena cittadinanza, non penso solo al lavoro. C’è un conflitto generazionale nascosto dall’aiuto privato che le famiglie danno ai loro figli e nipoti per aiutarli a sbarcare il lunario, con un effetto perverso per cui pubblicamente il sistema non interviene proprio perché esiste questo aiuto informale. È un paradosso, una contraddizione. È ora di intervenire pubblicamente su questo squilibrio generazionale, con politiche del lavoro e dell’istruzione, con un investimento forte, perché il sistema informale ha mostrato di non essere in grado di portare i giovani fuori dalla loro condizione. Lo dico semplicemente, il sistema sta a galla perché i nonni danno ai nipoti gli spiccioli e con la scusa di questa toppa nessuno fa niente per affrontare il problema.

Sarebbe meglio “svelare il trucco” e toccare il fondo?

Lo abbiamo già toccato! I 25/30enni sono una generazione fortemente persa dal punto di vista di una carriera lavorativa ordinata, registrata, che li porti nel futuro ad avere pensioni decenti, potremmo aver già perso una generazione.

Il terzo tema?

È la redistribuzione delle risorse nel Paese, sia livello territoriale fra Nord, Centro e Sud, sia per quanto riguarda la composizione numerica delle famiglie, l’essere in coppia o single, avere un figlio o molti. Non parlo solo di risorse economiche ma anche di opportunità di crescita e di istruzione, c’è uno squilibrio fortissimo nel Paese, in cui rientra anche il tema fiscale. Su questo punto il tentativo da fare è quello di introdurre nel sistema italiano che è a tassazione individuale dei correttivi che riescano a leggere la composizione della famiglia e il carico famigliare, ma questa davvero è la punta dell’iceberg, perché a livello distributivo c’è fortissimo divario.

Abbiamo iniziato dicendo che il tempo dell’analisi è in qualche modo superato, questo deve essere il tempo delle scelte politiche e dell’azione. Che cosa suggerite?

I documenti preparatori sono ricchissimi, mi lasci dire che l’Osservatorio – con le forze e il mandato che aveva - ha lavorato molto e molto bene. Abbiamo individuato cinque principi che dovrebbero ispirare le nuove politiche familiari. Il primo è che le politiche per la famiglia non sono costi ma sono investimenti sul sistema Paese. Non capire che è un investimento significa non aver capito nulla delle nuove politiche familiari e restare nella logica dei bonus. Il secondo principio è la costruzione a livello territoriale di standard di servizi che possano essere un punto di partenza, collegati a piani familiari a livello territoriale di tre anni almeno. Cioè i Comuni - singoli o associati - dovrebbero obbligatoriamente avere un piano di politiche familiari triennale, mettendo a bilancio le risorse necessarie.

Tre?

La stabilità e la durata delle politiche, tutto ciò che va sotto l’idea di bonus va non più perseguito perché non dà certezze. È meglio di niente, ma non serve: serve invece dare le cose giuste per il tempo giusto. Quarto punto è la personalizzazione e la coproduzione dei servizi, è finito il tempo dei servizi uguali per tutti, ci devono essere degli standard ma da lì in poi i servizi vanno ritagliati sui bisogni delle famiglie. Coproduzione significa che i servizi vanno pensati insieme alle famiglie stesse, le politiche attive tipiche del lavoro devono essere anche delle politiche familiari. Quinto principio è quello della valutazione d’impatto, da rendere obbligatoria: è irrazionale spendere senza avere una valutazione, questo da un lato renderà obbligatorio lavorare bene ma consentirà anche di selezionare le politiche giuste, efficaci e di correggere in corsa ciò che non va.

Dopo la Conferenza di Milano organizzata dal Governo Berlusconi venne elaborato un Piano Nazionale per la Famiglia, approvato il 7 giugno 2012 dal Governo Monti: è il primo Piano che il Paese abbia mai avuto, in realtà praticamente inattuato. Che elementi diversi ci sono oggi?
L’attuazione è una questione totalmente politica. Rispetto a 5/6 anni fa i problemi delle famiglie non hanno fatto che peggiorare, con un’accelerazione triplicata, è tutto più difficile: diciamo che oggi siamo agli sgoccioli rispetto alla nostra possibilità di intervenire e cambiare le cose. Una parte della politica, per quanto non maggioritaria, se ne rendo conto: questo mi fa sperare che per la salvezza del Paese qualcosa vada in porto.

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