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Politica, religione ed etica della responsabilità

 
di Giuseppe Ladetto
 

Il confine tra politica e religione, per definire cosa è di pertinenza dell'una o dell'altra, è oggetto di discussione e di scontri fin da quando è caduto l'Ancien Régime. Oggi, semmai si è reso più necessario stabilirne con precisione  il tracciato a causa del dilagare di forme di fondamentalismo, quale quello islamico.
In materia, ai lettori del quotidiano torinese "La Stampa", saranno ben presenti gli articoli di Gian Enrico Rusconi nei quali si afferma che non si possono introdurre, nella discussione di leggi e misure di vario ordine, argomentazioni che si fondino sulla religione, ma bisogna sostenere le proprie tesi ragionando "etsi Deus non daretur" (come se Dio non ci fosse).
Già Weber, a fronte di scelte che abbiano un retroterra etico, aveva distinto tra etica dei princìpi (o delle intenzioni o delle convinzioni) ed etica della responsabilità. Chi segue l’etica dei principi considera i dettami della fede religiosa (cristiana, ebraica, islamica), o talora di una ideologia totalitaria, un imperativo a cui non   può sottrarsi, e pertanto, davanti alle scelte, non gli è consentito avere esitazioni dettate dalle possibili conseguenze. Vangelo, Torah, Corano, o libretto rosso, sono i soli riferimenti a cui ispirarsi.

Oggi, sembrano comportarsi in tal modo anche quanti assegnano un valore assoluto alle leggi di mercato.

Ma l’etica dei princìpi è stata definita “apolitica”, proprio perché non lascia spazio alle decisioni politiche sempre problematiche e frutto di mediazioni e compromessi tra concezioni e interessi diversi.

Una collettività invece deve necessariamente prendere decisioni politiche in base all’etica della responsabilità che opera valutando razionalmente le conseguenze delle scelte fatte, senza assumere princìpi assoluti. Si tratta di una responsabilità che non esclude l’attenzione verso gli “altri” e le ricadute sul mondo intero, ma che in primis tiene conto delle conseguenze sulla comunità di appartenenza, sui membri di essa e sul futuro della stessa. Infatti è compito prioritario di chi regge lo Stato provvedere al bene collettivo dei suoi cittadini, alla loro sicurezza, alla  loro prosperità e alla civile convivenza.

 

L’etica dei princìpi e quella della responsabilità sono, in ambito politico, due etiche opposte e inconciliabili, e c'è spazio solo per la seconda.

Tuttavia quando si parla di "valutare razionalmente le conseguenze delle scelte fatte", non si può fare riferimento alle sole modalità operative di una ragione astratta, la cosiddetta ragione strumentale (o soggettiva), che agisce secondo una logica utilitaristica. Gli esseri umani non sono esclusivamente esseri razionali che, privi di sentimenti, di ideali, di memoria del proprio vissuto collettivo e individuale, agiscono razionalmente in un vuoto storico e culturale. Una società nel definire le scelte non può ignorare gli elementi valoriali di ordine culturale, religioso, nazionale che concorrono a definirne l'identità, perché queste strutture meta-politiche sono indispensabili per l'elaborazione di ogni  progetto politico e per sostenerne l'attuazione. Oggi invece, l'attuale dominante ideologia neoliberista, in cui si riconosce il ceto politico e tecnocratico espresso dall’Europa comunitaria, nega il valore di queste strutture meta-politiche e rifiuta di riconoscere ogni eredità di carattere storico-valoriale, vista come un vincolo costrittivo di cui bisogna sbarazzarsi per emanciparsi ed essere liberi.    

 

C'è chi ha affrontato questa problematica con grande rigore ed estrema chiarezza. Si tratta del cardinale Joseph Ratzinger (scrivo cardinale perche il libro in cui tratta l'argomento, Europa: i suoi fondamenti oggi e domani, è stato scritto prima che salisse al soglio pontificio). Poiché la citazione di quanto scritto dal cardinale sarebbe molto lunga, sono costretto a farne una sintesi, sperando di non alterarne il messaggio.

Per Ratzinger, non esiste formula razionale, o etica, o religiosa, sulla quale tutti possano trovarsi d’accordo e su cui tutto possa poggiare. Si tratta di una affermazione valida sul terreno politico, poiché sul piano religioso non significa la rinuncia dei cristiani alle certezze della propria fede, né implica alcuna apertura a concezioni sincretistiche. Essa rivela una piena disponibilità al dialogo e al confronto al fine di definire riferimenti condivisi per una praticabile convivenza in un mondo multiculturale.

Ratzinger ci dice che il ricorso alla ragione è fondamentale, ma la razionalità può divenire devastante se si separa dalle sue radici e innalza ad unico criterio la possibilità tecnica. È necessario il legame con le due grandi fonti del sapere: la natura e la storia. Ambedue gli ambiti non parlano semplicemente di sé, ma da entrambi può derivare un’indicazione di cammino.

La natura che si ribella a un utilizzo indiscriminato ha messo in moto nuove riflessioni in materia. Il dominio sulla natura esige una forma accurata di utilizzazione nella quale l’uomo si mette al servizio della natura e viceversa.

Le esperienze storiche dell’uomo, che si sono riflesse nelle grandi religioni, sono fonti permanenti di conoscenza e di indicazioni per la ragione, e interessano anche coloro che non possono identificarsi con nessuna di queste tradizioni. Riflettere prescindendo da esse e vivere senza prenderle in considerazione sarebbe una presunzione che alla fine lascerebbe l’uomo disorientato e vuoto. Con tali parole, le religioni vengono proposte ai non credenti come fonte di sapienza, come il distillato delle esperienze storiche e delle tradizioni culturali. In quest’ottica viene presentata, nel sopraccitato volume, la questione travagliata delle radici cristiane dell’Europa.

La grande eredità cristiana, ovviamente non nelle forme confessionali, era considerata dai padri fondatori dell’unificazione europea il nucleo di questa identità storica, e nel contempo appariva compatibile con i grandi ideali morali illuministici che, al di là delle contrapposizioni storiche, avevano messo in risalto la dimensione razionale della tradizione cristiana. La razionalità è un contrassegno essenziale della cultura europea, anche se oggi informa la vita di tutti i continenti. Tuttavia chi vuole costruire un’Europa unita, che non sia solo un’area di libero scambio economico, ma una roccaforte del diritto e della giustizia valida per gli uomini di tutte le culture, non può richiamarsi a una ragione astratta che non appartiene a nessuna cultura precisa, ma pretende di misurare tutte le culture secondo il proprio metro di giudizio. Ancora oggi i grandi valori della fede cristiana, che vanno al di là delle singole confessioni, costituiscono forze irrinunciabili per edificare un’Europa unita. 

Ritengo che le parole del cardinale Ratzinger possano trovare consenziente anche gran parte dei non credenti. Esse ci richiamano a quanto scritto da Benedetto Croce quando diceva che gli europei, pur vivendo in una società già marcatamente secolarizzata, non possono non dirsi cristiani.

 

In questo senso, si può pertanto concludere che, per una parte probabilmente ancora maggioritaria dei cittadini europei (compresi i non credenti), l'eredità cristiana, assunta in forma non confessionale, possa essere uno dei riferimenti in grado di contribuire, nell'agone politico, alla definizione di decisioni responsabili. Non c'è spazio invece in ambito politico per chi, nell'ottica dell'etica dei princìpi, si rivolge alla esclusiva fonte dei libri sacri (o di testi  profani divenuti una sorta bibbia ideologica) astraendo dai contesti in cui le scelte si pongono e da quanto ne possa scaturire.

Inevitabilmente ciò conduce a forme di fondamentalismo oggi ampiamente diffuse, come, ad esempio, accade nel mondo islamico e anche in significative aree del protestantesimo americano.

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Giuseppe Ladetto - 2017-10-09
In una società ormai priva di ogni bussola, principi e valori sono, per me, un riferimento necessario per definire una rotta e portarla a compimento; diventano negativi, quando, disgiunti dalla ragione, vengono assunti unilateralmente ed assolutizzati (come accade in ogni tipo di fondamentalismo, non solo di natura religiosa). Voglio ricordare, che nell’articolo, si parla del dibattito pubblico che, in una società secolarizzata, orienta e prepara le scelte politiche riguardanti le questioni di interesse collettivo. Introdurre in questo ambito la fede, ci conduce su un altro terreno.
plb - 2017-10-05
Io sono testa, io sono piede, io scelgo per me, ma il corpo è uno, come il mondo è uno e come l'umanità e LA umanità e non LE umanità. L'etica dei principi sta all'etica della responsabilità come la religione sta alla fede. Con la prima (la religione) la persona affronta l’altro come un “pericolo” nella seconda (la fede) la persona scopre “se stessa” come “il” pericolo. I principi sono una semplificazione ed in ultima analisi la misura della nostra debolezza ed insufficienza nel affrontare il confronto con l'altro. Ci ripariamo così dietro un gigantesco schermo: il principio; timorosi di metterci in discussione, di vedere e discutere insieme i bisogni della testa e quelli del piede. Scegliamo la strada semplice di una soluzione "al participio passato": stabilita, definita e soprattutto definitiva che non obbliga al continuo cambiamento. In questo lontanissima dall'etica cristiana (RM 12,2) che richiede un cambiamento continuo (sicuramente un po' più faticoso) ma assolutamente immerso (battezzato) nel presente e dunque vivo anzi vivente e vivificante. Temo molto l'approccio utilitaristico, funzionale, addirittura funzionariale (come direbbe Zagrebelski); schiacciato sull'esecuzione, in una pretesa assenza di riferimenti. Genera servi sciocchi, yesman, integralisti del diritto assunto a Dio. E produce religioni del diritto e dei principi, con i suoi riti, i suoi sacerdoti, i suoi chierici, il suo clericalismo, il suo bigottismo ed appunto anche il suo integralismo e fondamentalismo. La sfida è quella di costruire non più un partito (al participio passato) quindi separato, statico, definito e collocato "nello spazio" ma un "partente" cioè un soggetto che onora il padre e la madre (il passato da cui viene e che comunque costituisce un riferimento) ma che è continuamente in cambiamento cioè intriso "di tempo presente" come dice anche papa Francesco che ci ricorda che “il tempo è superiore allo spazio”.