Stampa questo articolo
 

Per essere protagonisti

 
di Alessandro Risso
 

Il dibattito sul ruolo dei cattolici in politica suscitato dalle parole del presidente della CEI cardinale Bassetti e da uno scambio di opinioni su "Avvenire" tra Franco Monaco e il direttore del quotidiano Marco Tarquinio, rilanciato da Rinascita popolare, sembra essersi ridotto, dopo poche settimane, a un fuoco di paglia.
Non c'è molto da aggiungere per delineare le posizioni, che sono chiare. È un dato di fatto che il patrimonio del cattolicesimo democratico e sociale "in questi ultimi anni si è progressivamente e pericolosamente appannato ed eclissato", come hanno scritto Merlo e gli altri torinesi.
Le colpe principali di tale declino sono le tre elencate da Monaco: “la temperie culturale dominata dall’individualismo”; il collateralismo, con “venticinque anni di vita della Chiesa italiana nei quali un rapporto tra i vertici istituzionali ha sacrificato l’autonomia e il protagonismo del laicato cattolico” ormai “dal profilo gregario”; la subalternità al “paradigma liberale” che si manifesta “anche a sinistra”, dove il Partito democratico, “nella sua versione recente affatto diversa da quella originaria nel solco dell’Ulivo, oscilla tra la suggestione del 'partito della nazione' politicamente indecifrabile e il cedimento a logiche liberali o a un moderatismo che poco ha a che spartire con le istanze ugualitarie e solidaristiche proprie del cattolicesimo sociale”.

Sull’individualismo, nuova cifra della società e della politica che la rappresenta, c’è poco da aggiungere: anche una cultura politica come quella cattolica, che ha nel suo dna il senso di comunità e la tensione verso il “bene comune”, si è ridotta nella sua classe dirigente a inseguire sempre più ristrette logiche di interesse personale, inteso come ricerca di vantaggi ed opportunità politiche del singolo e della sua cerchia ristretta: lo abbiamo visto quando i Popolari si sono frammentati in prodiani, mariniani, franceschiniani, bindiani, lettiani, fioroniani e via diminuendo, di convento in conventicola, sino alla polverizzazione individualista e all’insignificanza.
Sul collateralismo, malgrado il comprensibile impegno di Tarquinio nella difesa della gerarchia ecclesiastica, è opinione fondata e consolidata “che il vertice della CEI (prima con Ruini e poi, in forme diverse, anche con Bagnasco) non abbia contrastato i tanti elementi di deriva anti-istituzionale, ben poco sociale e antipacifista del ventennio berlusconiano e degli anni successivi”, come ha ribadito Vittorio Bellavite coordinatore nazionale di 'Noi Siamo Chiesa' in una lettera ad “Avvenire” il 25 agosto. Aggiungendo che “certamente questa linea di vertice (a cui si è assommato il silenzio dei vescovi che dissentivano, ma solo privatamente) non ha costituito l’unica causa della situazione attuale, ma ha frenato, tamponato, mortificato, deviato energie”.
Dopo tutto Sturzo diede dignità e autonomia politica al cattolicesimo democratico rompendo senza indugi con la prassi culminata nel Patto Gentiloni, di consenso alla classe dirigente liberale in cambio di favori. Il ritorno alla politica neo-gentiloniana per tutto il ventennio berlusconiano non poteva che togliere spazio e ruolo ai “liberi e forti”, veri o presunti che fossero.
La subalternità, anche della sinistra, al liberalismo trionfante è un altro dato di fatto su cui non aggiungo nulla: richiamo solo gli articoli che su questo sito hanno già pubblicato Ladetto e Davicino, e ricordo a tutti che la decisione di abolire la distinzione tra banche di risparmio e banche di investimento – aprendo per tutti gli istituti la corsa rovinosa verso la finanza basata sulla carta e non più sull’economia reale – fu presa da un presidente americano: non i repubblicani Reagan o Bush, ma il democratico Clinton.
 
Una volta assodato tutto ciò, domandiamoci chi oggi può rappresentare politicamente il cattolicesimo sociale.
Dalla fine della DC un percorso lineare – anche se non privo di carenze ed errori – attraverso il PPI e la Margherita, ha portato la maggior parte di coloro che vi si riconoscono sino al Partito Democratico, contenitore e sintesi delle culture riformiste. Poi il PD, da “partito dell’Ulivo” si è trasformato nel partito di Renzi, che Monaco – deputato PD, ricordiamolo – giudica “decisamente lontano” dalla cultura democratico popolare di ispirazione cristiana, “per merito e soprattutto per il metodo”. Giganti come Sturzo, De Gasperi, Moro non avrebbero neanche potuto immaginare un partito personale, ridotto a comitato elettorale del capo, preoccupato solo di manovre e scelte tattiche ispirate dalla rincorsa al consenso immediato.
Se il partito renziano è decisamente lontano dal popolarismo, figuriamoci la destra… Che sia liberista e in doppiopetto, xenofoba o neofascista, è altro, diversa e lontana dai cattolici democratici.
E il centro? “Boccheggia, e comunque è dominato da un tatticismo politico ispirato a logiche di sopravvivenza piuttosto che a una riconoscibile cifra politico-culturale” scrive Monaco con realismo.
Poco può allettare il Movimento 5 Stelle, con la sua indeterminata e ondivaga base ideale e programmatica, la struttura verticistica che richiede un’adesione di fede al mito della “rete” (di fatto una ristretta congrega), le magre figure sin qui ottenute a Roma (e Torino) nella prima vera sfida di governo che si trova ad affrontare.
Rimane ancora la galassia a sinistra del PD, dove esiste un reale spazio politico ma con interpreti che sinora non hanno avuto la capacità di uscire da ristrette logiche identitarie e frammentate per costruire un percorso unitario di reale cambiamento riformista all’insegna della solidarietà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale.
In questo scenario, il probabile ritorno a una legge elettorale di impianto proporzionale ha fatto balenare tra i cattolici le suggestioni di un partito identitario. Una nuova forza politica dichiaratamente di ispirazione cristiana potrebbe ottenere un risultato di qualche rilevanza?
Difficile rispondere sì, se pensiamo ai vari tentativi di resuscitare la DC o qualcosa che le somigli, tutti più o meno ascrivibili a quello che Monaco ha battezzato come “tatticismo politico ispirato a logiche di sopravvivenza”. Nel desolante balletto dei parlamentari centristi da una maggioranza di governo all’altra, si sentono spesso richiami a De Gasperi e ai valori democristiani, che suonano però grotteschi in percorsi politici guidati dall’unica stella dell’opportunità personale.
 
I cattolici democratici devono quindi rassegnarsi all’insignificanza?
Se lo pensassi non sarei il presidente di una associazione che si impegna per mantenere vivi i valori del popolarismo nella realtà piemontese. Dopo tutto i cattolici non sono gli unici disorientati. Guido Bodrato ci ricorda che la crisi della politica in Italia non riguarda solo il nostro mondo: “Sono molte le realtà sociali e culturali che non si sentono più rappresentate, (…) tutte le grandi famiglie politiche oggi sono in difficoltà. C’è un disagio evidente. Come si spiega l’elevatissima astensione dal voto se non pensando che c’è una quota importante di elettori che non si sente rappresentata, che non saprebbe, non sa chi votare?”.
Se la rappresentanza è così problematica, potremmo anche accantonarla e concordare con Stefano Lepri che la considera “solo un ornamento, se non la si riempie di contenuti”. E confrontarsi sui contenuti può essere un metodo valido per riunire i cattolici dispersi e per trovare nuovi compagni di strada, a patto di farlo senza reticenze e opportunismi, con spirito di verità e coerenza. Saper dire sì quando è sì e no quando è no dovrebbe far parte della nostra cultura, anche comprendendo le necessarie mediazioni della politica. Solo per fare un esempio: come si concilia una “seria lotta all’evasione fiscale” con un governo che alza l’uso del contante da mille a 3000 euro?
Fatta salva la premessa, è proprio sui contenuti, sulle soluzioni ai problemi concreti che si deve misurare la capacità di governare questi tempi difficili da protagonisti, convinti che oggi essere democratici popolari di ispirazione cristiana significa combattere la povertà – riducendo anche le insostenibili disuguaglianze tra persone e generazioni – e tutelare il Creato. Papa Francesco, nella Evangelii Gaudium e nella Laudato Si’, non ci permette di svicolare su questo. E significa anche restare ancorati ai valori costituzionali – la dignità del lavoro, la democrazia “dal basso” e le Autonomie locali, per citarne solo tre – coerentemente perseguiti dai tanti maestri che, da Sturzo in poi, hanno tracciato una strada ancora utile per indirizzare il futuro.


Stefano Lepri - 2017-09-11
Ringrazio Alessandro Risso per tenere vivo il dibattito sul cattolicesimo sociale e Franco Monaco per il suo ampio intervento. Capisco alcune critiche di Monaco e condivido l'esigenza di avere una visione, ma vorrei appunto restare sui contenuti, più che sugli articoli di giornale. Ad esempio, mi sarebbe piaciuto condividere con lui la battaglia fatta in parlamento contro l’utero in affitto, ma non è sembrato interessato al tema. Mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui su una riforma come il Reddito d’Inclusione, che non è solo una bandiera perché stanzia due miliardi all’anno per una misura progressivamente universale contro la povertà: non sufficienti, ma molti di più del quasi nulla previsto ai tempi del glorioso centrosinistra prodiano. Lo avrei voluto a mio fianco, e di molti altri cattolici democratici come Luigi Bobba, per scrivere la legge quadro sul terzo settore e i successivi decreti legislativi: una riforma straordinaria nel senso di favorire il protagonismo dei cittadini e delle comunità. Vorrei sentire da lui cosa pensa degli ottanta euro, che certo potevano essere dati in modo più equo ma sono pur sempre stati la più grande azione di redistribuzione a favore delle classi medie. Mi piacerebbe che riconoscesse il grande lavoro nel contrasto all’evasione e per la spending review. Oppure che riconoscesse il fatto che solo da questa legislatura i guadagni delle rendite finanziarie sono maggiormente tassati, al pari dei migliori Paesi europei. Se poi guardiamo cosa resta da fare, non posso che concordare: lo squilibrio generazionale è evidente, ma non è certo colpa degli ultimi due governi se la spesa previdenziale risulta di almeno tre punti più elevata rispetto alla media europea. Eppure un ministro di centrosinistra si preoccupò soprattutto di dare la quattordicesima ai pensionati. E sempre quel glorioso centrosinistra non mi pare abbia introdotto patrimoniali contro le rendite, o cose simili. Se poi si intende criticare l’uomo solo al comando si può forse avere qualche argomento, ma non credo che Monaco abbia nostalgia della stagione in cui tredici partiti partecipavano, con potere di veto, alle riunioni di maggioranza. Si aggiunga, infine, il modesto argomento per cui occorre una maggioranza per fare politiche davvero redistributive e partecipative; non è certo promettendo più tasse per tutti che il centrosinistra potrà vincere. Insomma, caro Franco, ciascuno è libero di cercare nuovi approdi. Però, per una volta, scendi dal piedistallo dei discorsi generali smerciati come visione e proviamo, misura per misura, questione per questione, a confrontarci e a lavorare insieme, su leggi e decreti. Secondo me serve di più.
Franco Monaco - 2017-09-08
Solo una postilla. Ringrazio Alessandro Risso e gli altri amici dell'Associazione dei popolari piemontesi che hanno riservato una qualche attenzione alla mia lettera ad Avvenire che, prendendo spunto dal ricordo del carissimo Giovanni Bianchi, si interrogava sulla "latenza politica" del cattolicesimo sociale. Anche con riguardo alle politiche dei recenti governi e al corso politico del PD, che avrebbe dovuto rappresentare il riferimento naturale o comunque più plausibile per il cattolicesimo sociale (sul punto, la replica del direttore di Avvenire non mi ha convinto: a chi altri ci si dovrebbe volgere? ai 5 stelle? alla destra?). Penso in particolare ai due elementi cui è più sensibile il cattolicesimo sociale: quanto al metodo, il dialogo con le forze sociali, cioè l'opposto della "disintermediazione"; e quanto al merito, una politica organicamente mirata alla lotta contro le disuguaglianze. Come tacere l'impressione che, nell'azione politica del PD e del governo, per accreditare un segno "di sinistra", si sia operato quello che io chiamo uno "scambio asimmetrico", cioè una certa enfasi sui diritti civili a discapito dei diritti sociali e del lavoro? Vi sono politici cristiani "di governo" che, per argomentare la tesi della coerenza dell'attuale corso politico e delle sue riforme rispetto a un sensibilità cattolica, sciorinano generosi elenchi di leggi e leggine che avrebbero dato qualche sostegno a poveri, disabili, minori....Buone cose, intendiamoci. Ma - pur tacendo la circostanza che per lo più si tratta di misure prive di adeguate risorse, quasi leggi-manifesto - mi si consenta di notare che una tale impostazione rischia semmai di avallare l'impressione contraria. A certificare cioè una politica e un riformismo conforme a una ispirazione cristiana sono le politiche macro, quelle che concorrono a regolare e indirizzare complessivamente lo sviluppo sociale e civile di una comunità. Questo ci hanno insegnato Sturzo e i padri nobili del cattolicesimo democratico: l'acquisizione di una compiuta coscienza politica intesa come visione e attività architettonica nella costruzione della città dell'uomo. Esemplifico: politiche economico-sociali tese alla uguaglianza sostanziale (sul fisco ci si può associare alla demagogia corrente e al dogma della riduzione delle tasse per tutti?); una politica estera universalistica (non unendosi alla facile polemica con l'Europa quale causa dei nostri mali); una politica istituzionale che promuova anziché mortificare la democrazia pluralistica e partecipativa disegnata dai Costituenti (l'opposto del leaderismo e della verticalizzazione dei pubblici poteri); una politica coraggiosamente controcorrente nel farsi carico della giustizia tra le generazioni, che ha a che fare con molti capitoli: disoccupazione giovanile, formazione, debito pubblico, previdenza, ambiente. I cristiani non possono contentarsi di un riformismo inteso come correzione ai margini e neppure come soccorso a chi non ce la fa come si conviene a uno Stato compassionevole, ma devono porsi alla testa di un "riformismo radicale". Mostrando che non si tratta di un ossimoro.
Carlo Baviera - 2017-09-06
Bravo Presidente. Condivido. Soprattutto quando ricordi che si deve stare al centro della vita politica con risposte equilibrate, solidali e modificanti lo status quo, e non per comodi equilibrismi di alleanze per garantirsi posti e spazi di potere; e quando ricordi, anche alla sinistra, che non ci si può fermare a logiche identitarie o alla ragion di Stato per rispondere alla richiesta di giustizia sociale, di pace, di integrazione culturale, migrazioni, nè si può ancora rincorrere l'establishment nel liberalismo.
Giorgio Merlo - 2017-09-06
Ottima la riflessione e l'analisi del nostro Presidente. Un dibattito, comunque sia, che è appena iniziato. Anche perché non si può ridurre un filone culturale ed ideale che ha svolto un ruolo politico decisivo nella storia politica del nostro paese - e che continua a rappresentare valori, principi e proposte tutt'altro che da archiviare - ad un fatto puramente storiografico.