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Serve un Piano Marshall per i giovani

 
di Mauro Zangola
 

L’economista Mauro Zangola, che per oltre trent’anni, sino al 2012, è stato il responsabile del Centro Studi Economici dell’Unione Industriale di Torino ed è ora Direttore dell’ISMEL, l’Istituto torinese per la memoria e la cultura del lavoro, ha risposto al questionario collegato al seminario organizzato dai Popolari piemontesi per comprendere i possibili sviluppi di una società in cui non c’è più lavoro per tutti.
 
 1.      In Italia e in tutto l’Occidente non ci sarà più lavoro per tutti. Parliamo di un lavoro continuativo e retribuito in misura tale da permettere a ciascuno una progettualità di vita. Due le cause della carenza di lavoro: l’automazione crescente dei processi produttivi, come aveva previsto Rifkin – e prima di lui Keynes – e la crescita economica dei Paesi emergenti, che riducono la fetta di ricchezza mondiale dei Paesi ricchi. È d’accordo con questa affermazione preliminare?
No. Da noi le cause sono più profonde e sono da imputare alla sostanziale indifferenza di tutti o quasi verso i problemi del lavoro e dei giovani in particolare.
 
2.      Non pensa che l’Occidente debba cominciare a fare i conti con una sua inevitabile decrescita? Più o meno “felice”, ma almeno equilibrata.  
L'Occidente è in ripresa. Siamo noi che non cresciamo.
 
3.      Anche se il PIL dell’Occidente dovesse mantenersi – come sta facendo – agli stessi livelli, è innegabile che la distribuzione della ricchezza risulta sempre più diseguale. Come intervenire su tale grave squilibrio sociale, tenendo conto che è soprattutto il ceto medio che si sta impoverendo, in Europa come negli USA?
Bisogna prendere coscienza del problema e affrontarlo con la determinazione necessaria, cosa che da noi non avviene. Ci si preoccupa di questioni (vedi lo ius soli) assolutamente marginali mentre le vere emergenze, fra cui quelle della mancata crescita economica e dei giovani, non sono affrontate con la determinazione che richiedono.
 
4.      L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, sembra avere squilibri di reddito più marcati. Come si potrebbe intervenire, con la fiscalità o con provvedimenti sul sistema pensionistico, per ottenere maggiore giustizia sociale? Il mantenimento del principio dei diritti acquisiti è giustificabile in una situazione di crisi, in particolare di crescente disoccupazione giovanile?
Quelle contenute nella domanda sono soluzioni condivisibili. Per metterle in pratica serve un Governo forte e determinato che non c'è e che preferisce dare la colpa ad altri (vedi l'Europa) anziché assumersi le proprie responsabilità.
 
5.      Torniamo al lavoro che manca. Quello che c’è, può venire ridistribuito? Ridurre l’orario e trasformare gli straordinari in nuovi occupati è possibile?
6.      Semplificare le norme e ridurre il costo del lavoro potrebbe creare nuova occupazione? O almeno servirebbe a mantenere il lavoro che c’è, agevolando chi intraprende?
Il problema non è mantenere o ridistribuire il lavoro. Bisogna crearne di  nuovo tornando a investire sui giovani, sulle infrastrutture, sull'innovazione e sui settori più promettenti, ricorrendo  se necessario anche a una piccola patrimoniale che le famiglie sono disposte a pagare se le maggiori risorse sono destinate a creare lavoro per i giovani. Serve un Piano Marshall proposto da un Governo che sia credibile. Lo so che è un'illusione, ma è quello che bisogna fare.
 
7.      Si insiste tanto sulla formazione, intesa soprattutto come preparazione alla flessibilità nelle competenze e capacità di apprendimento continuo. Ma come programmare i contenuti della formazione per un mondo del lavoro in rapidissima evoluzione?
Basta copiare dagli altri Paesi dove però tutti i soggetti coinvolti collaborano seriamente, a cominciare dalle imprese che investono tantissimo nella formazione on the job. Da noi ciò non accade: tra i 28 Paesi che aderiscono all'Unione Europea, l'Italia è all'ultimo posto come quota di risorse destinata alla formazione in azienda.
 
8.      Infine, se manca il lavoro, posto dalla Costituzione a fondamento della Repubblica, su cosa baseremo la nostra civile convivenza? L’adozione di un “reddito di cittadinanza” potrebbe essere un’idea valida? Ma lo ritiene economicamente sostenibile?
Proposte come il reddito di cittadinanza sono una dichiarazione di resa. Che può anche far comodo, mentre il nostro compito deve essere quello di denunciare i problemi e smuovere le coscienze di quelli che devono intervenire.

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