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Il lavoro è strumento di libertà

 
di Piercarlo Frigero
 

Il professor Piercarlo Frigero, docente di Economia Applicata all’Università di Torino, economista formato e attento ai valori della dottrina sociale cristiana e vicino alle sensibilità culturali e sociali del popolarismo, ha risposto al questionario collegato al seminario “Se manca il lavoro…", organizzato dai Popolari piemontesi per comprendere i possibili sviluppi di una società in cui non c’è più lavoro per tutti.
 
1.      In Italia e in tutto l’Occidente non ci sarà più lavoro per tutti. Parliamo di un lavoro continuativo e retribuito in misura tale da permettere a ciascuno una progettualità di vita. Due le cause della carenza di lavoro: l’automazione crescente dei processi produttivi, come aveva previsto Rifkin – e prima di lui Keynes – e la crescita economica dei Paesi emergenti, che riducono la fetta di ricchezza mondiale dei Paesi ricchi. È d’accordo con questa affermazione preliminare?
È importante presentare il problema in modo appropriato.
Keynes constatò che la crescita della produttività del lavoro prolungata nel tempo avrebbe ridotto il fabbisogno di lavoro, liberando dalla fatica ma con il rischio di disoccupazione e pertanto con l’interrogativo: “che cosa faremo, potendo lavorare la metà delle ore attuali?”.
La predizione di Keynes non si verificò per le numerose innovazioni dei prodotti, che furono realizzate fino ai nostri giorni: nuovi beni la cui domanda ha sostenuto l’occupazione.
Nessuno è oggi in grado di prevedere le capacità del sistema economico di suscitare una nuova, ulteriore domanda, con nuovi beni, soprattutto nel settore dei servizi.
Il paradosso della minor necessità di lavorare, ma con minor benessere, perché pochi lavoreranno, si potrebbe però risolversi con aggiustamenti dei prezzi, grazie alle forze spontanee del mercato. Purtroppo nessuno sa in quanto tempo, e dopo aver provocato quali danni sociali. Sarebbe inoltre probabile una crescita della disuguaglianza tra chi ha competenze e abilità per lavorare e chi ne è privo.
Occorre dunque riconoscere che il sistema di economia di mercato non ha i modi per ripartire il lavoro (lavorare meno per lavorare tutti). Molte competenze non sono replicabili a piacere (il chirurgo di fama è richiesto a tempo pieno). Molte persone non hanno alcun desiderio di lavorare meno, con reddito minore di quanto potrebbero guadagnare.
L’allarme è pertanto giustificato.
Quanto alla globalizzazione, occorre ricordare che da decenni si insiste, o per senso di giustizia, o per timore dei flussi migratori, perché i poveri del mondo acquisiscano capacità di produrre, e ciò avviene grazie alla globalizzazione. L’ingenuità di chi ora si lamenta della competizione da parte dei paesi emergenti, consiste nel dimenticare che, se la domanda mondiale non cresce in misura adeguata (e probabilmente non lo farà), ogni trasferimento di capacità produttive, comprese quelle che invochiamo per evitare l’immigrazione verso i nostri paesi, si tradurrà in concorrenza.
Anche in questo caso è del tutto ragionevole immaginare che, nel lungo e lunghissimo periodo, ci si divida il lavoro tra tutte le nazioni, ma il non sapere quanti anni debbano trascorrere prima di raggiungere un nuovo e felice equilibrio, rende la constatazione del tutto insufficiente.
Occorre dunque affrontare la transizione attuale, sapendo che non esistono ricette facili.
L’allarme è, appunto, giustificato.
 
2.      Non pensa che l’Occidente debba cominciare a fare i conti con una sua inevitabile decrescita? Più o meno “felice”, ma almeno equilibrata.
Se l’allarme di cui si è detto è giustificato, la decrescita dell’Occidente sarà gravemente infelice. Non so che cosa voglia dire “decrescita equilibrata”. Non esistono fenomeni sociali equilibrati e illudersi che sol che lo si voglia si possano generare situazioni prive di contraddizioni è pura e pericolosa demagogia.
La politica sta in ciò, che si affrontano veri e propri garbugli sociali in modi inevitabilmente imperfetti, ma, se guidati da Valori, si cerca di risolverli, con minor sacrificio dei più deboli.
La decrescita dell’Occidente è quanto avviene in questi anni. Non torneremo a tassi di crescita dei redditi, e dunque della domanda, pari a quelli della produttività del lavoro; di qui il problema della disoccupazione. 
 
3.      Anche se il PIL dell’Occidente dovesse mantenersi – come sta facendo – agli stessi livelli, è innegabile che la distribuzione della ricchezza risulta sempre più diseguale. Come intervenire su tale grave squilibrio sociale, tenendo conto che è soprattutto il ceto medio che si sta impoverendo, in Europa come negli USA?
Nell’Occidente ricco, non è la disuguaglianza dei redditi e dei patrimoni, di per sé, che preoccupa, ma il fatto che a questa disparità tra le persone corrisponda l’impossibilità di godere di sicurezza e di prospettive per la propria famiglia.
Esistono due settori nei quali è cruciale assicurare uguaglianza, cioè consentire a tutti  di accedere ai servizi: l’assistenza e l’istruzione.
Con tutti i suoi limiti, il nostro sistema sanitario produce uguaglianza (ovviamente in misura imperfetta), mentre il sistema dell’istruzione l’acuisce.
 
4.      L’Italia, rispetto ad altri Paesi europei, sembra avere squilibri di reddito più marcati. Come si potrebbe intervenire, con la fiscalità o con provvedimenti sul sistema pensionistico, per ottenere maggiore giustizia sociale? Il mantenimento del principio dei  diritti acquisiti è giustificabile in una situazione di crisi, in particolare di crescente disoccupazione giovanile?
Se non si cade nella demagogia del progetto di società ideale (“modelli di sviluppo, modelli di consumo), la giustizia sociale si favorisce intervenendo sui nodi critici del sistema, quelli che garantiscono benessere: la sanità, l’istruzione e la valorizzazione dell’ambiente.
 
5.      Torniamo al lavoro che manca. Quello che c’è, può venire ridistribuito? Ridurre l’orario e trasformare gli straordinari in nuovi occupati è possibile?
Credo di avere già risposto.
 
6.      Semplificare le norme e ridurre il costo del lavoro potrebbe creare nuova occupazione? O almeno servirebbe a mantenere il lavoro che c’è, agevolando chi intraprende?
Ciò che favorisce le iniziative imprenditoriali capaci di dare nuovo lavoro è utile, e in particolare è indispensabile la maggior efficienza della pubblica amministrazione, per ridurre la differenza tra redditi da lavoro lordi e netti, dovuta alle imposte e agli oneri sociali (il cuneo fiscale subito dai lavoratori e dalle imprese). Servizi pubblici meno costosi graverebbero in tal caso di meno sul costo del lavoro.
Ridurre il cosiddetto cuneo fiscale, con minori imposte e minori oneri, ma anche minori servizi, è una mera illusione, a meno che non si accetti di penalizzare gravemente le persone meno qualificate. Minori servizi pubblici implicherebbero maggiori richieste di salario netto, per potersi pagare quelli forniti dai privati. In tal caso, i soli lavoratori più qualificati, potrebbero ricevere in busta paga i soldi necessari per i servizi privatizzati. Il costo del loro lavoro non cambierebbe. Gli altri, con scarso potere contrattuale,  sarebbero costretti a rinunciare a prestazioni sanitarie e di istruzione per i figli.
Il costo del lavoro non si riduce riducendo il benessere dei lavoratori. A minori redditi corrisponde una minor domanda di beni, con minori profitti e minor occupazione
Totalmente diverso è il risparmio fiscale derivante da maggior efficienza della Pubblica Amministrazione. L’inefficienza pesa sul costo del lavoro ed è tra le peggiori cause della nostra stagnazione e della nostra disoccupazione.
Occorre poi rendersi conto che non è con le leggi e i decreti che si crea lavoro, ma con imprese capaci di operare con profitto nelle principali filiere internazionali; con dimensioni appropriate, in settori diversi. Il dibattito sulla flessibilità, corrette le distorsioni più evidenti, rischia di farlo dimenticare. Imprese che pretendono di usare il lavoro come costo interamente variabile, quasi che i dipendenti possano essere trasformati in professionisti da usare a piacere, dimostrano di non saper produrre beni ad alto contenuto di competenze, come è invece essenziale proprio in presenza dei fenomeni di globalizzazione.
Sono le imprese la vera fonte del benessere e della sicurezza.  Non vuol dire le stesse imprese, sempre quelle, nel tempo. Ma, permettetemi, chi ha rimpiazzato l’Olivetti?
 
7.      Si insiste tanto sulla formazione, intesa soprattutto come preparazione alla flessibilità nelle competenze e capacità di apprendimento continuo. Ma come programmare i contenuti della formazione per un mondo del lavoro in rapidissima evoluzione?
Non mi piace l’idea che il buon padre debba garantire serenità alla sua famiglia, cercando continuamente di adeguare le sue conoscenze, per preservare le sue capacità di trovare lavoro in caso di crisi. Non voglio che arrivi a casa dopo il lavoro e, anziché dedicarsi ai figli, si metta a studiare il cinese.
È vero che un tempo, in una società prevalentemente agricola, tornando a casa l’operaio, che faceva anche il contadino, batteva sulla falce al tramonto per delle ore, ma si sperava superata per sempre la fatica dilagante in tutte le ore del giorno.
 
8.      Infine, se manca il lavoro, posto dalla Costituzione a fondamento della Repubblica, su cosa baseremo la nostra civile convivenza? L’adozione di un “reddito di cittadinanza” potrebbe essere un’idea valida? Ma lo ritiene economicamente sostenibile?
Se le predizioni sono ragionevoli, sarà la stessa classe dei capitalisti a chiedere il reddito di cittadinanza, perché senza redditi per tutti non potranno essere venduti i prodotti fabbricati o forniti con l’altissima produttività del lavoro. Ma è questo che desideriamo?
Dobbiamo andare alla ricerca di tutto ciò che ci fa chiedere agli altri di lavorare per noi: dalla scuola di musica per i figli, agli spettacoli personalizzati on-line, alla manutenzione dell’ambiente e della montagna, all’assistenza ai poveri, svolta con competenza non da volontari, ma da persone competenti e pagate. Attenzione all’enfasi sul volontariato.
La dignità di una persona è data dalla possibilità di ottenere un reddito perché ha competenze che servono agli altri. Il reddito monetario è strumento di libertà. Il padrone non decide anche che cosa darmi da mangiare, ma con la moneta, che mi dà come giusta mercede, non come regalo o atto di generosità, sceglierò io che cosa fare dei redditi guadagnati con il mio lavoro.
La Repubblica italiana è fondata sul lavoro, non sulla fatica, e non sulle elargizioni dei ricchi ai poveri, sia pure attraverso il sistema fiscale. Perché è fondata sulla libertà di scegliere come impiegare i frutti del proprio impegno, per sé e per la propria famiglia.

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Aldo Cantoni - 2017-07-04
Due commenti: 1) è detto giustamente che non sono le leggi e i decreti a creare imprese, ma temo che la voglia di "imprendere" nasca dal desiderio di crescita personale (in tutti i sensi) che il potenziale imprenditore difficilmente sentirà, finchè starà bene e si potrà cullare nell' illusione che gli investimenti finanziari lo terranno al sicuro dalla incertezza sul futuro. 2) è vero che il chirurgo bravo non può essere sostituito da due chirurghi mediocri, ma è anche vero che per tutti i lavori a basso contenuto professionale il lavorare meno per lavorare tutti è possibile, purchè le condizioni di legge consentano di non aumentare il costo complessivo del lavoro quando due persone p.t. fanno il lavoro di una f.t. Si aggiunga che i costi sociali (non solo economici) conseguenti all'avere un lavoratore impiegato e uno assistito sono nettamente superiori a quelli di due lavoratori entrambi regolarmente assunti.
Andrea Griseri - 2017-06-28
Il cosiddetto (molto impropriamente) welfare aziendale previsto dall'ultima legge di stabilità prevede che una quota della retribuzione venga congelata e a fronte di un modesto risparmio fiscale (e in alcuni casi di un ancora più modesto incremento percentuale della cifra da parte del datore di lavoro, poco più che un pourboire) si trasformi in buono acquisto. Potrà essere speso per acquistare beni che fanno parte di un paniere definito. Ecco come quello strumento di libertà che è la moneta si trasforma e la scelta in termini di consumo viene orientata e limitata. Alla luce di quanto scrive al termine dell'intervista Frigero è una prima avvisaglia preoccupante?