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Dal lavoro al reddito di cittadinanza?
 
di Alessandro Risso
 

L’articolo di Merlo sulla “sinistra sociale” ha innescato uno scambio di battute tra chi intravede oggi quella cultura nel Movimento 5 Stelle e chi invece lo esclude, pensando all’abisso che divide personalità come Dossetti, Pastore, Donat-Cattin, dai leader pentastellati che in questi giorni annaspano alle prese con i pasticci romani.
Sarebbe sbagliato liquidare il botta e risposta su “Rinascita popolare” come una semplice boutade, e passare oltre: il risultato delle amministrative a Roma e Torino, realtà quest’ultima che ben conosciamo tutti, dà qualche fondato contenuto a chi pensa, come Gaiotti, che “la sinistra sociale in parte già si trova nel Movimento 5 Stelle”. Non voglio però qui inoltrarmi in considerazioni sulla crisi delle periferie che hanno decretato la sconfitta di Piero Fassino, argomento trattato da diversi amici nei loro interventi su queste pagine. Né mi soffermo sulla sintonia tra monsignor Nosiglia e la neosindaca Appendino nella lettura dei problemi sociali della città, e sulle difficoltà dimostrate dal PD torinese nel saperli leggere.
La mia riflessione parte invece dal seminario che abbiamo svolto come Associazione su “come creare lavoro”, i cui temi sono in parte stati ripresi dall’ultimo articolo di Franco Maletti. Non abbiamo inventato ricette miracolistiche, se non espresso del normale buon senso. Ma una cosa l’abbiamo capita bene: non ci sarà più lavoro per tutti.
Intendiamo il lavoro che dà sostentamento e ruolo alla persona; che dà certezze per il presente e il futuro, vecchiaia compresa, grazie a pensioni dignitose. Il lavoro che – fossero operai o professionisti, artigiani o impiegati – hanno conosciuto i nostri padri e nonni, analogamente ai loro coetanei europei.

Le ragioni profonde della progressiva mancanza di lavoro sono essenzialmente due.

La prima: Rifkin aveva ragione quando profetizzava che il progresso tecnologico, capace di creare macchine sempre più sofisticate, guidate da pochi tecnici specializzati, avrebbe progressivamente e inesorabilmente sottratto lavoro all’uomo e aumentato a dismisura la disoccupazione.
Le macchine consentono di produrre quantità sempre maggiori di prodotti, anche incrementando il PIL: ma con molto meno lavoro questa ricchezza si distribuisce su meno individui, arricchendo sempre più una esigua minoranza e togliendo possibilità di reddito a masse crescenti di persone.
La forbice sociale si dilata, il ceto medio, che abbiamo conosciuto nella seconda metà del Novecento come caratterizzante e prevalente nelle società occidentali, si sta riducendo a una minoranza mentre aumentano le fasce di povertà.
Da molti anni le rilevazioni statistiche vanno in questo senso.

La seconda: con la globalizzazione intere aree del pianeta un tempo povere e considerate “Terzo mondo” sono diventate potenze economiche planetarie. Pensiamo, ad esempio, che alla fine degli anni Cinquanta – mentre in Italia si era avviato il boom industriale, con piena occupazione, che ci avrebbe proiettati a diventare la sesta potenza economica del pianeta – la grande Cina di Mao era un Paese agricolo arretrato in cui le terribili carestie dovute anche al fallimento del “Grande balzo in avanti” portarono alla morte per fame oltre 30 milioni di persone. Oggi la Cina “capitalcomunista” è la seconda potenza industriale del pianeta, detiene una grossa fetta del debito pubblico della prima – gli USA – e per diversificare gli investimenti fa shopping ovunque, da estesi territori africani a blasonati club calcistici nostrani, come Inter e Milan. Anche l’India poverissima di ieri, che ricordiamo tutti per la carità di Santa Teresa tra i lebbrosi e i morenti di inedia nelle strade di Calcutta, è oggi un gigante dell’economia. E passi avanti, pur meno eclatanti, hanno fatto altri Paesi del Sud del mondo un tempo poverissimi.
Tutto ciò significa che un paio di miliardi di abitanti del pianeta hanno abbandonato una economia di sussistenza in perenne lotta con la fame per sedersi al tavolo dei Paesi occidentali.
Ricordiamoci sempre che le risorse naturali del pianeta, le materie prime e i prodotti agricoli, sono “finiti”: cioè hanno delle quantità annuali definite, non infinite, che vengono esaurite ben prima che sia passato un anno. Così come in poco più di sei mesi vengono emesse tutte le scorie annualmente metabolizzabili dalla Terra. Papa Francesco ci mette in guardia dallo spensierato sfruttamento del Creato, ma pare purtroppo una vox clamans in deserto, anche se l’ultimo accordo siglato da Obama con la Cina è stato una piacevole sorpresa.
Insomma, se immaginiamo le ricchezze della nostra Terra come una grande torta, i commensali che trent’anni fa raccoglievano ancora le briciole oggi ottengono almeno una fettina (e una fettona la Cina). Di conseguenza la parte spettante all’Occidente si riduce e l’Europa, divisa politicamente, fatica di più rispetto agli USA a conservare i suoi spazi. E l’Italia – per vari motivi che richiederebbero una troppo estesa argomentazione e quindi tralascio – fatica più della Germania a mantenere il suo livello di benessere.

Se non ci sarà più lavoro per tutti – il lavoro “buono”, continuativo, che consente di avere un progetto di vita, di formarsi una famiglia, di far crescere dei figli – come starà in piedi la nostra società? Come stupirsi se il nostro è il Paese dell’Unione Europea con il tasso di natalità più basso?
Noi italiani abbiamo una Repubblica, recita la Costituzione al primo articolo, “fondata sul lavoro”. Inoltre essa (art. 4) “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Ma al di là delle migliori intenzioni, dal lavoro vi sarà una massa di esclusi sempre crescente. In Italia almeno 40 giovani sui 100 sono senza lavoro, e sappiamo che gran parte dei 60 rimanenti ha un lavoro “cattivo”, saltuario, precario, sottopagato. Non possiamo ignorare che con la crisi del lavoro sta progressivamente venendo a mancare un pilastro portante della nostra civile convivenza.
Quindi, lasciando da parte ogni considerazione su Grillo e il “direttorio”, sulla presunta pochezza della classe dirigente del M5S, mi domando: non è forse già un passo avanti chi si pone il problema di garantire con altre modalità, che sia il reddito di cittadinanza o il servizio civile generalizzato e continuativo, quella base di dignità umana e sociale che il lavoro – nelle forme in cui lo abbiamo conosciuto e organizzato – non è più in grado di rappresentare per tutti?
Non è più onesto intellettualmente cercare un nuovo modo per cementare la nostra convivenza civile, piuttosto che ripetere l’ormai stucchevole mantra della “crescita”? La “crescita in arrivo”, i “segnali di crescita”, la “fiducia nella crescita”, eccetera eccetera. Nella sua vana attesa rischiamo di deperire sempre più, come i soldati della fortezza al limitare del deserto dei Tartari.
Sarebbe invece necessario muovere il cervello e progettare concretamente le modalità di una nuova cittadinanza, che cerchi di includere tutti perché ciascuno “concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4 della Costituzione) e possa realmente essere attivo protagonista del proprio progetto di vita e della nostra Repubblica.
Questa dovrebbe essere una sfida fondamentale per l’Italia e l’Europa in questi tempi di crisi e profondi cambiamenti. Per la politica tutta. A maggior ragione per coloro che sentono ancora di appartenere alla “sinistra sociale”.

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Andrea Griseri - 2016-11-03
In un contesto in cui l'occupazione saltuaria o la disoccupazione permanente rischiano di divenire strutturali occorrerà superare certe regole che parevano immutabili: per esempio, la fabbrica iperautomatizzata (la c.d. fabbrica 4.0) a chi apparterrà? A beneficio di chi il prodotto delle silenziose e docili stampanti 3d sarà venduto? Non sarà questione solamente di rimodulare la tassazione ma lo stesso impianto proprietario dei mezzi di produzione. Perché il modello basato su pochissimi proprietari che producono moltissimi beni con pochissimo personale non può reggere: a chi si venderanno questi beni? con quale denaro il disoccupato cronico potrà acquistare l'oggetto sfornato dalla fabbrica 4.0? Io resto ancorato alla convinzione che la democrazia si possa abbinare soltanto a una temperata economia di mercato: si tratta di salvare le prospettive di entrambe con soluzioni inedite e coraggiose. Ma gli uomini sono miopi soprattutto quando si tratta di applicarsi alla tutela del proprio interesse immediato: la transizione non sarà indolore nè priva di conflitti sociali e politici: ma il motore della storia, ci piaccia o no è stato anche il conflitto, sottrarvisi non porta benefici.
franco maletti - 2016-09-23
Ho letto con attenzione tutti i commenti. Mi sembra che ci siano gli elementi per avanzare delle proposte concrete a chi ci governa e difficili da respingere al mittente senza una seria motivazione. Osservo tuttavia che da soli (come Italia intendo) possiamo fare ben poco senza finire nel mirino degli speculatori "industria della morte". Dovremmo reagire come Europa, o almeno provarci, rendendo omogenee tutte quelle politiche in grado di influire positivamente sul lavoro: invece di fare le battaglie tra poveri su chi è più bravo o più furbo. Concludo evidenziando, così come negli anni passati consideravo un enorme spreco l'istituto della cassa integrazione che obbligava i suoi fruitori ad essere pagati "per fare nulla", che allo stesso modo il reddito di cittadinanza dovrebbe essere utilizzato non per pagare la pura inattività, ma per legarlo alla realizzazione di una infinita attività a fini sociali, dalla salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale all'assistenza, per le quali i soldi non si trovano mai...
Giorgio Merlo - 2016-09-16
Un'analisi precisa e coraggiosa. Una riflessione che meriterebbe un necessario apporfondimento tematico. Un modo come un altro per uscire dalle tifoserie, dalle riverenze al "capo", dalla personalizzazione e dalla spettacolarizzazione a a cui ci ha abituato la politica contemporanea.
Daniele Ciravegna - 2016-09-14
Da che mondo è mondo, gli aumenti di produttività, oltre a permettere di aumentare i salari (mantenendo costante il costo del lavoro per unità di prodotto) permettomo la riduzione le ore da lavorare nel corso dell'anno. Ma questo pare che se lo siano dimenticati tutti! Quanto al reddito di cittadinanza, è un po' troppo semplicistico liquidarlo con la domanda: "chi lo paga"? Ciò che non va nel "reddito di cittadinanza" è che esso sia mera forma assistenziale: solidarietà passiva, che svilisce la dignità della persona. Diverso sarebbe se questo strumento fosse utilizzato quale strumento di solidarietà attiva, cioè venisse impiegato come affiancamento a programmi d'inserimento o di reinserimento lavorativo e prevedesse anche l'operare del principio della restituzione sociale, cioè della restituzione alla società, da parte del beneficiario del reddito di cittadinanza, di un corrispettivo - in forma finanziaria o in natura - commisurato al beneficio ottenuto. Quindi non un aiuto per permettere al cittadino/cittadina semplicemente di sopravvivere, ma un aiuto per prendere, o riprendere a camminare con le proprie gambe, nonché il coinvolgimento del beneficiario affinché altri possano godere di un analogo sostegno, essendo tutti membri di una comunità di persone.
Franco Ferrara - 2016-09-11
Condivido l'analisi economica e sicuramente tutte le preoccupazioni per il lavoro futuro. Però su una cosa vorrei rimanere nel mio "sogno": il lavoro è dimensione costitutiva della persona umana, indispensabile ma che va anche oltre la dimensione della mera sussistenza! Non è il poter spendere o consumare che ci costituisce uomini. Quindi secondo me occorre non stancarsi di ricercare tutte le possibilità di nuovi lavori (anche pubblici - ma questo vuol dire fare davvero spending re-orientation) ed anche (qui però non saprei come fare così su due piedi) ri-orientarci culturalmente perchè come i nostri nonni, ma anche come per tanti migranti di oggi, per un lavoro vero si sia disposti a sacrificare tanto!
giorgio fornara - 2016-09-11
sarà difficile trovare le risorse per un red. di cittadinanza ma non impossibile. Però per la pensione di Ciampi di Amato, per gli stipendi o buone uscite dei vari Cimoli, passera, profumo ecc quelli ci sono sempre.
Giuseppe Ladetto - 2016-09-10
Reddito di cittadinanza, chi lo paga? Al momento credo che per reddito di cittadinanza si debba intendere una seria indennità di disoccupazione o di sostegno estesa a tutti coloro che non hanno lavoro, come esiste in altri paesi, e che si salda a corsi di qualificazione o ad azioni di accompagnamento verso una qualche occupazione. In tal caso le risorse si possono trovare: non era meglio stanziare a tal fine quanto si è speso e si spende per gli 80 euro? Ma Risso pone un problema di più ampia portata: se crescono la disoccupazione tecnologica e quella prodotta dalla concorrenza dei paesi emergenti, che sorte toccherà ai disoccupati? E’ inutile illudersi sulla fantomatica “ripresa della crescita” che risolverà ogni problema. Allora qualche cosa andrà fatta ed il reddito di cittadinanza potrà avere senso. Con che cosa pagarlo? Ricordo che attualmente l’Europa spende per il welfare una cifra pari a metà della spesa mondiale in materia, pur avendo solo il 6-7% della popolazione planetaria. E’ da una completa ristrutturazione di tale spesa che potrebbero derivare le risorse. Scrive Rifkin (La società a costo marginale zero) che sta nascendo una società collaborativa in cui la gente si collega, coopera, impara a gestire le difficoltà in comunità ed a far fronte autonomamente alle esigenze vitali non più soddisfatte dalle politiche pubbliche di welfare, sempre più costose e sovente gestite burocraticamente, senza anima.
francesco cecco sobrero - 2016-09-10
Andrea Ghiseri ha parlato di una esperienza statunitense, orbene qualche tempo fa nella vicina Svizzera si fece un referendum sul reddito di cittadinanza, che fu respinto dalla maggioranza degli elettori. Un commento, apparso, all’epoca, sul teletext della televisione della svizzera italiana, che riassumo, diceva: “se vince il sì smetto di lavorare, così prendo il sussidio” E’ una risposta isolata oppure ha tanti seguaci?
giuseppe cicoria - 2016-09-09
Idealmente sembra quella del reddito di cittadinanza una cosa giusta da perseguire. Diventa utopia la sua organizzazione e controllo oltre che un problema di reperimento delle risorse. In Italia si eccelle per numero di furbi che nascondono i loro redditi, non pagano tasse usufruendo,però, dei servizi pubblici i cui costi vengono addossati ai rimanenti fessi che le tasse sono"costrette" a pagarle. Mi devono quindi spiegare come si fa a scoprire i veri poveri che cercano e non trovano lavoro. Altri che potrebbero lavorare si asterrebbero e potrei continuare su altre difficoltà. Altra domanda: sul numero crescente degli immigrati che ora mangiano a nostre spese, cosa ne facciamo? La stolta politica dell'accoglienza senza limiti portata avanti dal nostro governo per farsi bello nei confronti dell'Europa buonista e dei nostri "sepolcri imbiancati", sarà sostenibile per portare avanti questo progetto? Sarebbe utile parlare di queste cose facendo bene i conti come lo farebbe una normale massaia. Su questo progetto dei 5 stelle nutro, quindi, seri dubbi nella fase applicativa.
francesco cecco sovbrero - 2016-09-09
in teoria ottima cosa, ma il reddito di cittadinanza o simili, chi lo paga? O meglio da chi lo Stato trarebbe i sesterzi necesssari per pagarlo? Dai soliti a reddito fisso lavoratori e pensionati oppure ha l'albero di Pinocchio degli zecchini d'oro? Poi non si creerebbero, senza voler generalizzare, dei fannulloni, i quali anche ci fosse il lavoro per cento persone e solo 10 disoccupati, loro il lavoro non lo troverebbero mai?
Andrea Griseri - 2016-09-09
Sul penultimo numero di Internazionale compare un interessante reportage sul reddito di cittadinanza. Pare incredibile ma alla fine degli anni '60 gli USA furono ad un passo dall'istituirlo : il presidente che aveva lanciato il progetto non era Kennedy ma Richard Nixon! L'argomentazione contraria era di tipo psicologico: la gente non avrà più voglia di lavorare. Uno studio molto serio fu intrapreso per predisporre il varo della riforma poi qualche consigliere citò un esperimento analogo tentato in Inghilterra 150 anni prima che aveva avuto esito negativo; pare che la relazione su questo esperimento lontano nel tempo si basasse su dati parziali e manipolati. A questo punto non se ne fece nulla.
Dino Ambrosio - 2016-09-09
ottima analisi, ampia visione dei problemi, ma di qui bisognerebbe partire per attuare le riforme che invece nessuno vuole. Perché poi, alla fine, nessuno vuole rinunciare alla sua fetta più o meno grande di benessere, se ce l'ha.